Al congresso nazionale della Lega di Firenze, Matteo Salvini ha aperto i lavori con toni trionfalistici, definendo l’evento «bello, ricco e unitario», nonostante la presenza di un solo candidato alla segreteria. Ha sottolineato che la Lega è oggi “il collante del governo” e garante della sua stabilità, mandando messaggi polemici a Giuseppe Conte ed Elly Schlein.
Ma dietro ai richiami all’unità e al dialogo si nasconde l’ennesima retorica populista e contraddittoria. Salvini dichiara che il congresso è “contro ogni guerra”, ma nel frattempo si schiera apertamente contro l’Unione Europea, i suoi programmi ambientali, il Green Deal, le norme sulle emissioni, arrivando a definirli “politiche suicide”. Ancora una volta, il leader leghista adotta una narrazione semplificata e nemica dell’Europa, utile solo ad alimentare un malcontento confuso e a colpire bersagli facili come le norme ambientali, presentate come “folli” e “massacranti”.
Sulla scena internazionale, Salvini si dimostra servile nei confronti degli Stati Uniti e in particolare della visione di Donald Trump: difende l’idea di “dialogare” sui dazi americani, ma solo per attaccare l’Europa e giustificare un ritorno al protezionismo. Così facendo, si schiera ancora una volta dalla parte dell’ex presidente USA e delle sue politiche muscolari, confermandosi zerbino ideologico di Trump.
Infine, il suo appello alla “tutela delle diversità” è, come sempre, una maschera ipocrita: Salvini rivendica di non essere “contro gli stranieri”, ma da anni costruisce la sua carriera politica sulla paura dell’immigrazione, sui respingimenti e su un nazionalismo etnocentrico. La sua “comunità e famiglia” non è altro che un recinto identitario, chiuso verso chi è diverso, anche se si affanna a ripeterne il contrario.
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