Nei giorni scorsi, la Casa Bianca ha avviato un’analisi dettagliata per valutare i costi e le implicazioni dell’annessione della Groenlandia come territorio statunitense. Secondo il Washington Post, l’amministrazione Trump sta lavorando da settimane per determinare le ramificazioni finanziarie e logistiche di tale operazione, compresa la fornitura di servizi ai circa 58.000 abitanti dell’isola.
Questa iniziativa rappresenta il tentativo più concreto fino ad oggi di realizzare il desiderio del presidente Donald Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti. Già nel 2019, Trump aveva suscitato scalpore dichiarando apertamente il proprio interesse per l’acquisizione dell’isola, ricevendo un netto rifiuto da parte del governo danese e delle autorità locali groenlandesi. All’epoca, stime approssimative collocavano il costo di un’eventuale acquisizione tra 200 milioni e 1,7 trilioni di dollari, con una valutazione mediana di 42,6 miliardi di dollari. Questi calcoli si basavano sul valore delle risorse minerarie dell’isola e su precedenti storici di espansione territoriale statunitense.
La Groenlandia, pur essendo un territorio autonomo sotto la sovranità della Danimarca, è da tempo al centro di ambizioni geopolitiche, non solo per la sua posizione strategica nell’Artico, ma anche per le sue vaste riserve di risorse naturali, tra cui petrolio e minerali rari. L’idea di un’annessione americana, tuttavia, si scontra con una chiara opposizione locale e internazionale. Múte Bourup Egede, premier groenlandese, ha ribadito che la Groenlandia non è in vendita e che il popolo groenlandese ha conquistato con fatica la propria autonomia. Anche il governo danese ha respinto fermamente l’ipotesi, riaffermando la propria sovranità sull’isola e investendo miliardi di dollari nella difesa dell’Artico per contrastare eventuali pressioni esterne.
Le mire di Trump si inseriscono in una tradizione imperialista che ha caratterizzato la politica estera statunitense per oltre un secolo. L’interesse di Washington per la Groenlandia risale almeno alla Seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti stabilirono basi militari sull’isola con il consenso danese. Durante la Guerra Fredda, il Pentagono lanciò il controverso “Project Iceworm”, un piano segreto per costruire una rete di basi missilistiche sotto i ghiacci groenlandesi, abbandonato nel 1967 per le difficoltà tecniche legate alla calotta glaciale in movimento.
L’attuale insistenza di Trump nel voler annettere la Groenlandia non è solo una questione economica o strategica, ma riflette una mentalità espansionista che ignora la volontà dei popoli coinvolti. La Casa Bianca continua a esplorare le possibilità di annessione, ma restano aperte numerose questioni sulla fattibilità economica, sulle implicazioni geopolitiche e sul rispetto dell’autodeterminazione groenlandese. Di fronte a queste dinamiche, la comunità internazionale osserva con attenzione, consapevole che un simile atto potrebbe alterare in modo significativo gli equilibri politici dell’Artico e oltre.