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Libia, la farsa elettorale, il crimine dei respingimenti: una "Norimberga" a L'Aia...

Amnesty International chiede agli stati europei, tra cui l’Italia. di sospendere la cooperazione con la Libia in tema di controllo dell’immigrazione e delle frontiere.  

Libia, la farsa elettorale, il crimine dei respingimenti: una "Norimberga" a L'Aia...
Libia

Umberto De Giovannangeli

19 Gennaio 2022 - 14.39


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Libia, la farsa delle elezioni, la tragedia dei lager e dei respingimenti.

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La farsa

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Il presidente dell’Alta Commissione elettorale nazionale (Hnec), Emad Al-Sayed, ha reso noto che saranno necessari circa 6/8 mesi per rilanciare il processo elettorale.. Nel corso di una riunione della Camera dei Rappresentanti sulle elezioni, tenutasi il 17 gennaio, El Sayed ha spiegato che l’avvio di un nuovo processo elettorale richiederà un’ulteriore registrazione degli elettori. “La Commissione esaminerà nuovamente anche i file di tutti i candidati sia delle presidenziali sia delle parlamentari”, ha aggiunto il capo della HNEC, chiarendo che la Commissione non è stata in grado di farlo in passato a causa di limiti di tempo.

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In un rapporto presentato martedì al Consiglio di sicurezza, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invitato tutte le parti libiche a “lavorare insieme per tenere elezioni inclusive e credibili il prima possibile”.

Guterres ha sottolineato che le autorità e le istituzioni libiche competenti devono collaborare per risolvere i problemi che hanno portato al rinvio delle votazioni del 24 dicembre scorso, e per creare le condizioni politiche e di sicurezza necessarie allo svolgimento del processo elettorale senza ulteriori ritardi. Il Segretario generale Unite ha anche sottolineato la necessità di completare il ritiro dei mercenari e delle forze straniere dalla Libia, un fattore che contribuisce all’instabilità del Paese.

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La tragedia

Sono oltre 12.000 le persone detenute ufficialmente in 27 carceri e strutture penitenziarie in Libia, ma altre migliaia sono trattenute illegalmente e spesso in “condizioni disumane in strutture controllate da gruppi armati o in strutture ‘segrete’”..Nel documento Guterres afferma che la missione Onu in Libia continua a documentare casi di detenzione arbitraria, tortura, violenza sessuale e altre violazioni del diritto internazionale in strutture gestite dal governo e altri gruppi. 

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“Resto profondamente preoccupato per le continue violazioni dei diritti umani di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia – ha dichiarato Guterres nel rapporto – migranti e rifugiati, donne e uomini, hanno continuato ad affrontare crescenti rischi di stupro, molestie sessuali e tratta da parte di gruppi armati, trafficanti transnazionali, nonché da parte di funzionari della Direzione per la lotta all’immigrazione illegale, che opera sotto il ministero dell’Interno”. 

La denuncia

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Scrive Nello Scavo su Avvenire: “Da anni esaminavano documenti ufficiali, testimonianze oculari, registrazioni audio di comunicazioni in mare, filmati, tracciati navali, referti medici, perizie forensi, accordi diplomatici, inchieste giudiziarie e giornalistiche. Un metodo ferreo, maniacale. Senza mai dare nell’occhio. Così in passato hanno accertato le responsabilità dei boia nei Balcani, in Ruanda o in Cambogia. Ora quegli stessi esperti chiedono che davanti alla Corte dell’Aja stavolta vengano trascinate le autorità libiche e i loro presunti complici: Italia e Malta.

«Tra il 2017 e il 2021, le autorità italiane hanno infatti fornito alla guardia costiera libica un sostegno cruciale – si legge – per intercettare i migranti in mare e riportarli nei centri di detenzione, tra cui la fornitura di risorse e di attrezzature, la manutenzione delle stesse, e la formazione del personale coinvolto». Inoltre i funzionari italiani e maltesi «hanno agito in maniera coordinata con la guardia costiera libica nelle operazioni di recupero dei migranti per garantire che essi fossero intercettati e riportati in Libia». È questo uno dei cardini su cui si regge l’accusa del team legale che ha depositato presso la Corte penale dell’Aja un voluminoso esposto in cui ricostruisce la filiera della tortura. Gli autori del dossier sono i giuristi di “UpRights” (Olanda), “Adala for All” (Francia), e “StraLi” (Italia). 

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Il 2 marzo 2011 il Consiglio di sicurezza Onu aveva incaricato la Corte penale di investigare i crimini di guerra commessi in Libia. Nel frattempo l’Onu ha sottoposto a sanzioni vari capi milizia accusati di crimini contro i diritti umani, traffico di petrolio, armi ed esseri umani. La denuncia dei giuristi suggerisce che vi sia una connessione diretta tra il conflitto e i crimini di guerra contro i migranti. Tale legame qualifica gli abusi come crimini di guerra. Un nesso che, se accolto dall’Aja, spalancherebbe le porte agli ordini di cattura, sollevando gravi imbarazzi a Bruxelles, che ha sostenuto e cofinanziato le iniziative di Malta.

Nella denuncia si sostiene «che il sostegno fornito dalle autorità italiane e maltesi alla guardia costiera libica integri una forma di concorso nei crimini commessi contro i migranti, da cui deriva una responsabilità penale internazionale ai sensi dello Statuto della Corte».

Il rapporto di Amnesty

Un passo indietro nel tempo. Nel “giorno della vergogna”, il 15 luglio 2021, quando la Camera dei deputati a larghissima maggioranza dà il via libera al rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica, Amnesty International pubblica un rapporto con nuove prove di orribili violazioni dei diritti umani, compresa la violenza sessuale, nei confronti di uomini, donne e bambini intercettati nel mar Mediterraneo e riportati nei centri di detenzione libici. Il rapporto mette in luce le terribili conseguenze della cooperazione in corso tra l’Europa e la Libia in tema d’immigrazione e controllo delle frontiere.

Intitolato “Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione della Libia”, il rapporto dimostra che le violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, in corso da un decennio, sono proseguite incontrastate nel primo semestre del 2021 nonostante l’asserito impegno ad affrontarle.

Il rapporto rivela inoltre che dalla fine del 2020 la Direzione per il contrasto all’immigrazione illegale (Dcim), un dipartimento del ministero dell’Interno della Libia, ha legittimato le violazioni dei diritti umani, integrando tra le strutture ufficiali due nuovi centri di detenzione dove negli anni scorsi le milizie avevano sottoposto a sparizione forzata centinaia di migranti e rifugiati. Persone sopravvissute a uno di questi centri hanno denunciato che le guardie stupravano le donne e le obbligavano ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo o della libertà.

“Questo rapporto getta nuova luce sulla sofferenza delle persone intercettate in mare e riportate in Libia per finire immediatamente in stato di detenzione arbitraria ed essere sistematicamente sottoposte a torture, violenza sessuale, lavori forzati e altre forme di sfruttamento nella totale impunità. Le autorità libiche, dal canto loro, hanno premiato i responsabili di queste violazioni dei diritti umani attraverso promozioni e l’assegnazione di posizioni di potere. Questo significa una sola cosa: che rischiamo di vedere gli stessi orrori replicarsi ancora”, dichiara Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

“Il nostro rapporto evidenzia inoltre la perdurante complicità degli stati europei, che continuano vergognosamente a rafforzare e assistere i guardacoste libici nella cattura di persone in mare e nel ritorno forzato di queste ultime nell’inferno dei centri di detenzione della Libia, anche se nelle capitali europee si sa perfettamente a quali orrori quelle persone andranno incontro”, ha aggiunto Eltahawy.

Amnesty International chiede agli stati europei, tra cui l’Italiadi sospendere la cooperazione con la Libia in tema di controllo dell’immigrazione e delle frontiere.  

Il rapporto contiene le storie di 53 migranti e rifugiati precedentemente trattenuti in centri ufficialmente posti sotto il controllo del Dcim, 49 dei quali detenuti direttamente dopo essere stati intercettati in mare.

Le autorità libiche hanno dichiarato di voler chiudere i centri del Dcim dove si sono verificate violazioni dei diritti umani ma le stesse violazioni si stanno verificando nei centri di detenzione nuovi o trasferiti sotto il controllo dello stesso Dcim. Sintomo di un’impunità dominante, luoghi informali di prigionia originariamente sotto il controllo di varie milizie sono stati riconosciuti e integrati nella struttura del Dcim.

Nel 2020, centinaia di persone intercettate in mare e riportate in Libia sono di fatto scomparse in un luogo informale di detenzione, all’epoca diretto da una milizia. In seguito, il sito è stato posto sotto il controllo del Dcim col nome di Centro di raccolta e di ritorno di Tripoli – meglio conosciuto col nome al-Mabani – e vi sono stati assegnati il direttore e altro personale del centro Dcim di Tajoura, tristemente noto per le torture, chiuso nell’agosto 2019 dopo un bombardamento che aveva ucciso almeno 53 detenuti.

 Violazioni dei diritti umani in corso nei centri di detenzione della Libia

Nella prima metà del 2021 ad al-Mabani sono state portate oltre 7000 persone intercettate in mare. Ex detenuti hanno descritto ad Amnesty International le torture, le condizioni detentive inumane, le estorsioni e i lavori forzati cui erano sottoposti. Alcuni hanno anche riferito di essere stati costretti a subire perquisizioni corporali invasive, umilianti e violente.

L’altro centro di detenzione precedentemente diretto da una milizia e ora integrato nel Dcim è quello di Shara’ al-Zawiya, a Tripoli, cui sono destinate persone in condizioni di vulnerabilità. Ex detenuti hanno raccontato ad Amnesty International che le guardie stupravano le donne e che alcune di loro venivano obbligate ad avere rapporti sessuali in cambio di forniture essenziali come l’acqua potabile o della libertà.

‘Grace’ (nome di fantasia) è stata picchiata brutalmente per non aver accettato il ricatto: Gli ho detto di no. Allora [la guardia] mi ha picchiato con una pistola, poi mi ha dato un calcio su un fianco con uno scarpone di cuoio da soldato”.

A seguito delle violenze subite, due giovani donne detenute a Shara’a al-Zawiya hanno tentato il suicidio.

Tre donne hanno testimoniato che due bambini, detenuti in cattive condizioni di salute con le loro madri dopo essere stati intercettati in mare, sono morti all’inizio del 2021 dopo che le guardie avevano rifiutato di trasferirli in ospedale.

Il rapporto di Amnesty International descrive violazioni dei diritti umani simili – tra cui pestaggi brutali, violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e condizioni detentive inumane – in sette centri di detenzione del Dcim.

Nel centro di Abu Issa, nella città di al-Zawiya, i detenuti hanno riferito di essere stati privati di sostanze nutrienti fino al punto di patire la fame. Ad al-Mabani e in altri due centri del Dcim, Amnesty International ha documentato l’uso illegale della forza e delle armi da fuoco da parte delle guardie e di altri uomini armati, che hanno ucciso e ferito detenuti.

“L’intero sistema dei centri di detenzione libici per i migranti è marcio dalle fondamenta e dev’essere smantellato. Le autorità libiche devono chiudere immediatamente tutti i centri di detenzione per rifugiati e migranti e porre fine alla loro detenzione”, ha sottolineato Eltahawy.

Tra gennaio e giugno del 2021 le missioni “di soccorso” dei guardacoste libici sostenuti dall’Europahanno intercettato in mare e riportato in Libia circa 15.000 persone, più che in tutto il 2020.

Le persone intervistate da Amnesty International hanno regolarmente descritto la condotta dei guardacoste libici come negligente e violenta. Sopravvissuti hanno raccontato come i guardacoste libici avevano deliberatamente danneggiato le imbarcazioni su cui viaggiavano, in alcuni casi causandone il capovolgimento e – in almeno due occasioni – l’annegamento di migranti e rifugiati. Un testimone oculare ha dichiarato che dopo che i guardacoste libici avevano fatto capovolgere un gommone, anziché soccorrere le persone in mare hanno filmato la scena.

Nei primi sei mesi del 2021 nel Mediterraneo centrale sono morti annegati oltre 700 migranti e rifugiati.

Persone intervistate da Amnesty International hanno spesso dichiarato che, durante la traversata, avevano visto degliaerei sopra di loro o delle navi nei paraggi che rifiutavano di offrire assistenza, mentre i guardacoste libici si avvicinavano.

L’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno continuato a garantire assistenza materiale, come ad esempio motovedette, ai guardacoste libici e stanno lavorando alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo Fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.

“Nonostante le massicce prove dei comportamenti sconsiderati, negligenti e illegali dei guardacoste libici in mare, e delle sistematiche violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione a seguito dell’intercettamento in mare, i partner europei continuano a sostenere i guardacoste libici che riportano a forza le persone in Libia, a soffrire di nuovo quegli stessi abusi da cui erano fuggite”, ha commentato Eltahawy.

“È ampiamente giunto il momento che gli stati europei riconoscano che le conseguenze delle loro azioni sono indifendibili. Devono sospendere la cooperazione con la Libia in tema di controllo dell’immigrazione e delle frontiere e aprire urgentemente quei percorsi sicuri così necessari per la salvezza di migliaia di persone bisognose di protezione, attualmente intrappolate in Libia”, ha concluso Eltahawy.

I finanziamenti non sono decaduti. I crimini della Guardia costiera libica sono continuati. Per fortuna che c’è un giudice a l’Aia. 

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