Perché i fanatici della forza hanno paura del messaggio di fratellanza irachena che porta Bergoglio

Sciiti, sunniti, cristiani, curdi e tanti altri sono da tempo molto più interessati a costruire una democrazia matura con lui che a dividersi sulla sorte del generale Soleimani.

Una bambola di pezza tra le macerie di una casa bombardata a Mosul

Una bambola di pezza tra le macerie di una casa bombardata a Mosul

Riccardo Cristiano 4 marzo 2021

Behnam Atallah, esponente della Comunità cristiana di Ninive, è stato tra i primi ad aderire all’iniziativa. Riempire il web di fotografie di iracheni circondati da una scritta, “io sono iracheno e do il benvenuto al papa...” seguita da un loro pensiero. Lui ha scritto “per la sua visita di pace e per la convivenza pacifica”. Atallah è un grande intellettuale iracheno, poeta,  amico di vecchia data di Younis Tawfik, sunnita di Mosul, venuto tanti anni fa in Italia per la sua incontenibile passione per Dante. Younis, che si chiama per la passione dei suoi genitori per Giona (Younis in arabo), figura profetica e santa comune ai tre monoteismi, al quale era intestata la moschea vicino a casa sua e poi distrutta dall’ISIS proprio per il significato di incontro che Giona incarna, ha visto il post di Atallah e ha subito risposto: “anch’io sono iracheno e do il benvenuto a Papa Francesco, per la sua visita di pace e per la convivenza pacifica”.

 L’iniziativa non è chiaro da chi sia partita ma sta incontrando tantissimi consensi in tutte le comunità irachene, soprattutto tra i giovani di ogni provenienza e identità. Solo io ho visto su facebook centinaia di volti diversi, tutti determinati a dare il loro incoraggiamento e la loro gratitudine a Francesco. Loro hanno capito che Bergoglio partirà per capovolgere i vecchi paradigmi: cristiani quinte colonne dell’Occidente, sciiti quinte colonne dell’Iran, sunniti quinte colonne dell’Arabia Saudita. Loro invece, tutti vicini o aderenti alle grandi manifestazioni di protesta che tra fine 2019 e inizio 2020 hanno riportato la primavera a Baghdad, sanno di essere iracheni, non sono miliziani di questo o quell’identitarismo fanatico e cieco che ha distrutto il loro Paese. E’ così che l’Iraq attende Bergoglio, consapevole del suo coraggio in nome di un profondo convincimento: “voi siete tutti fratelli”, il motto evangelico che si legge sul logo del viaggio.

 

Se Francesco potesse salutare chi gli dà davvero il benvenuto in Iraq potrebbe, basterebbe incontrare un farmacista sciita di Bassora, Ala Rikabi. 

Quando all’inizio del 2020 il regime iracheno, incapace di reprimere nel sangue la forza del movimento di protesta iracheno gli chiese un nome con cui dialogare, loro designarono proprio Rikabi come loro primo ministro. Sciiti, sunniti, cristiani, curdi e tanti erano già allora molto più interessati a costruire una democrazia matura con lui che a dividersi sulla sorte del generale Soleimani. Difficilmente il protocollo lo consentirà a Francesco, ma l’incontro resta certamente nel suo cuore. Lui è il papa che a differenza di tutti i leader mondiali già nel 2013 aveva capito il vero senso delle proteste di piazza che sconvolgevano dal 2011 il mondo arabo e che continuano a dimostrarne la vitalità fraterna proprio a Baghdad. Nella sua esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, a inizio pontificato, Bergoglio senza citarli li fotografa tutti così: “ La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Questa contraddizione provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”.

 

Tutti i regimi arabi, dalla Tunisia all’Iraq, hanno tentato di metterle a tacere con la forza, senza riuscirci. Tutti i regimi hanno anche tentato di alimentare il terrorismo per giustificare la propria repressione, impresa riuscita ai nostri occhi ma non ai loro, che continuano nonostante il Covid a rivendicare libertà e partecipazione. 

Certo, anche se volesse incontrare i nemici del suo viaggio, della sua visita, Bergoglio avrebbe visita facile. Basterebbe chiedere di ricevere i leader degli opposti estremismi, l’Isis e le milizie sciite, in particolare l’Hezbollah iracheno, e tutti i veri nemici sarebbero accolti in nunziatura. Sono loro, le milizie del fanatismo monocromatico, dove l’altro va eliminato, criminalizzato, i nemici che da settimane agitano l’Iraq che lo attende con improvvisi bombardamenti di basi militari vicine alla capitale.

 

Usano il pretesto che siano base americane per presentarsi come patrioti, ma in realtà dimostrando un’enorme paura del messaggio di fratellanza irachena che porta Bergoglio.

 In questo Paese dove il sottosuolo è così ricco di risorse da farne una sorta di Eldorado energetico, le retribuzioni medie sfiorano la soglia di povertà, i disoccupati superano il muro del 35%, quelli giovani addirittura l’uno su due, le banche sono fallite, il credito non esiste più. Difficile non capire che in queste condizioni è l’odio, la violenza, la sopraffazione per conto terzi a salvare un corrotto per affossare diecimila onesti.

 

Ecco allora che si capisce perché il papa ricorderà la piaga tremenda della persecuzione dei cristiani, cominciata alla fine dell’impero ottomano, quando i cristiani qui erano il 25% della popolazione- come ha scritto proprio in queste ore su Civiltà Cattolica padre Giovanni Sale. Ora sono poche centinaia di migliaia e il loro dramma è il dramma di tutta la loro società. Dopo i genocidi di inizio Novecento la loro eclissi è proseguita. 

 “Negli anni del governo di Saddam Hussein, paradossalmente, la situazione per i cristiani sembrò almeno parzialmente stabilizzarsi: certo, continuarono le difficoltà nel costruire o riparare chiese, continuò la ghettizzazione e la politica panarabista del Bath portò al divieto di insegnamento del siriaco e allimposizione di nomi arabi in sostituzione di quelli cristiani (con una «arabizzazione» anche formale dei caldei nei documenti ufficiali) però, nellinsieme, Saddam, concentrato nelleliminazione degli oppositori kurdi e sciiti (nel primo caso con azioni direttamente di pulizia etnica), era tollerante verso i cristiani. Non a caso scelse come ministro degli Esteri e vice-primo ministro Tareq Aziz (il cui vero nome è Mikhail Yuhanna), un intellettuale cristiano moderato la cui funzione primaria, al di là della sua statura politica, doveva essere proprio quella di rassicurare il mondo occidentale sulla situazione di «libertà» dei cristiani mesopotamici e sulla benevolenza del regime nei loro confronti. Di riflesso, la comunità cristiana, molto presente nel nord del Paese, finì nel mirino dei ribelli kurdi, che distrussero numerosi villaggi cristiani tra il 1978 e il 1980, con il pretesto che fossero «alleati» di Saddam”.

 E’ tempo di volta pagina, senza prestarsi alle strumentalizzazioni di nessuno.