Fausto Coppi, l’airone che gli dei resero immortale
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Fausto Coppi, l’airone che gli dei resero immortale

Il 2 gennaio 1960 moriva Fausto Coppi e la sua leggenda: la rivalità con Bartali, la guerra, lo scandalo e la morte per quella malaria contratta quando era prigioniero in Africa

Fausto Coppi, l’airone che gli dei resero immortale
Fausto Coppi
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Giancarlo Governi Modifica articolo

1 Gennaio 2024 - 23.23


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Il 2 gennaio 1960 moriva Fausto Coppi, l’italiano che dette un senso forte agli anni del dopoguerra, che poi furono gli anni d’oro del ciclismo. Anni ineguagliabili segnati dalla rivalità fra Coppi e Gino Bartali. Un binomio inscindibile che segnò tutti gli anni della ricostruzione del Paese.

Gli italiani si esaltarono per le loro imprese e si divisero in bartaliani e coppiani, tifosi di Gino il Pio e di Fausto il Laico, come si erano divisi fra la Repubblica e la Monarchia fra De Gasperi l’atlantico e Togliatti il filo sovietico.

Coppi come un eroe omerico, con gli dei che parteggiavano per lui e lo portarono ai più incredibili trionfi mentre gli dei ostili lo avversavano e lo fecero piombare ripetutamente nella tragedia.

Fu forse l’intervento degli dei in ogni momento che lo portarono all’immortalità, per essere stato grande nel bene e nel male, nel trionfo e nella caduta e forse per essere stato fissato nel tempo della memoria dalla morte prematura e assurda che sfiorava il mistero.

Le sue imprese sono mirabolanti e finiscono per oscurare anche quelle di Gino Bartali che pure nonostante l’età avanzata – ha cinque anni di più – continua a mietere successi e a difendere la propria fama metro su metro, centimetro su centimetro.

Il mito di Fausto coppi nasce nella primavera del 1940, quando a soli venti anni entra a far parte della mitica Legnano, la squadra capitanata da Gino Bartali, che ha già vinto due giri d’Italia e nel 1938 il Tour de France.

Il giovane Fausto, al primo anno da professionista, entra nella squadra del grande Gino come semplice gregario, come portatore d’acqua come si diceva allora, e, approfittando di una caduta di Bartali, vince il suo primo Giro d’Italia.

Fausto arriva a Milano in maglia rosa il 9 giugno del 1940, il giorno dopo l’Italia entra in guerra.

Per sei lunghi anni non ci saranno giri d’Italia per il giovane Fausto, e neppure per l’anziano Gino. Non ci saranno più Giri d’Italia per nessuno, ma soltanto guerra e distruzione. Al fante Coppi Fausto non si fanno sconti, perché deve dare l’esempio ai giovani italiani. Infatti viene mandato a combattere sul fronte africano dove viene preso prigioniero. Starà due anni in Africa, dove contrarrà la malaria, una malattia che si riaffaccerà dopo tanti anni e lo porterà alla morte prematura.

La vita gli consentirà dieci anni di grandezza atletica, anni in cui vincerà tutto quello che può essere consentito a un ciclista, grazie al suo fisico fenomenale e a un cuore “nato per correre” (come lo aveva definito il suo massaggiatore, Biagio Cavanna, un cieco che vedeva con le mani), portando il nome d’Italia agli onori del mondo. Ma l’Italia non lo ripagò con eguale moneta, al contrario, quando si innamorò di un’altra donna sposata, lo trattò come un delinquente di strada: la sua compagna fu addirittura messa in prigione, a lui, al Campionissimo che girava l’Europa, ritirò il passaporto. Entrambi furono condannati e offerti al dileggio dei bigotti.

Morirà di malasanità, a 40 anni appena compiuti. Alle 8.45 del 2 gennaio del 1960, Fausto Coppi, il Campionissimo, il ‘Grande Airone’, non vola più. È entrato nella leggenda, all’alba di una nuova era in cui gli italiani che lo avevano capito e amato anche come uomo, riusciranno ad affermare le loro idee di libertà e di tolleranza.

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