di Antonio Salvati
Quest’anno celebriamo i vent’anni dalla morte di Giovanni Paolo II. Scompariva un grande del Novecento, che – sostiene Andrea Riccardi – «esprime appieno la storia. È anche un personaggio del Duemila: si è spento a nuovo secolo già iniziato e la sua eredità religiosa continua a essere un riferimento». La figura di quell’anziano, indebolito nel fisico ma non nello spirito, ha accompagnato generazioni di fedeli. Ne era scaturito un profondo rispetto per la figura di capo della Chiesa universale, ma anche un intimo affetto. Senza dubbio Wojtyła ha accompagnato la Chiesa in un momento complesso della sua esistenza; se infatti da una parte la fine del comunismo (che proprio lui aveva contribuito in prima persona a raggiungere) portò a conclusione quella Guerra Fredda che ha mietuto milioni di vittime nel mondo, costringendo troppi cattolici a vivere nascosti, dall’altra si stava affacciando lo spettro di nuove guerre che avrebbero tenuto sotto scacco ancora tante persone, uomini e donne innocenti costretti a vivere ancora sotto il dominio della paura e del terrore.
Fu vescovo di Cracovia sotto un regime comunista oppressivo e divenne Papa il 16 ottobre 1978 – giorno che ricorda la prima grande deportazione degli ebrei di Roma – a 58 anni. Si sentiva pienamente figlio della storia polacca in cui resistenza e martirio s’intrecciavano. Da giovane Karol aveva vissuto un tempo di dolore con l’occupazione nazista, l’assassinio di tanti compatrioti, la repressione della Chiesa e degli intellettuali, la strage degli ebrei. Nel 1968, quando il governo comunista condusse una campagna antisemita, visitò la sinagoga di Cracovia, come il primate Wyszyski a Varsavia. Nel 1986 va in quella di Roma, accolto dall’indimenticabile rabbino Toaff, e parla di ebrei «fratelli maggiori».
Nel 1986, convocò ad Assisi i leader religiosi del mondo con un gesto che sorprese molti. Voleva respingere – ha sostenuto Riccardi – la fatale attrazione delle religioni a sacralizzare la guerra. Ad Assisi, si pregò gli uni accanto agli altri e quella preghiera voleva disarmare le religioni e far emergere la pace dal profondo del loro messaggio. Il Papa concluse, quasi lanciando un movimento di pace tra le religioni: la pace «è un cantiere aperto a tutti e non solamente agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale: essa passa attraverso i mille piccoli atti della vita quotidiana…».
Quando morì, un ampio moto popolare chiese che Wojtyła diventasse “santo subito” (una santità per acclamazione). In tanti ci chiedemmo se per una parte della nostra vita avessimo effettivamente convissuto con un santo. Della santità di Giovanni Paolo II si è occupato Gavino Pala con il suo recente volume Non basta morire per diventare santi. Il “caso” del papa che la gente volle “santo subito” (Pellegrino Edizioni Roma 2025, pp. 160 pp. €16,00). Non siamo in presenza di una nuova biografia, ma del racconto del processo di canonizzazione, attraverso le testimonianze di chi quel processo lo ha vissuto (in particolare il Postulatore, Mons. Sławomir Oder, e uno dei medici della commissione del Dicastero delle Cause dei Santi, il Prof. Carlo Jovine) e documenti che aiutano a ricostruire il processo che ha portato Karol Wojtyła a diventare san Giovanni Paolo II. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Il 2 aprile del 2005 ci lasciava Giovanni Paolo II, che pontefice è stato?
Giovanni Paolo II è stato pontefice per quasi 27 anni. ha attraversato, guidando la Chiesa, in un momento molto particolare della storia del 900. Nel momento della sua elezione il mondo era diviso tra occidente e mondo comunismo e durante il suo pontificato c’è stato la fine del comunismo ma anche l’avvento di una nuova guerra e di una nuova divisione. Ma non solo, per molti è stato quasi uno di famiglia. penso in particolare il momento della malattia lo ha reso più vicino alla gente.
Gente che ha sentito la sua perdita molto forte.
La malattia ha in qualche modo preparato i fedeli alla morte del papa. In quelle ore in piazza San Pietro tantissimi fedeli si erano fermati per recitare il rosario per la guarigione del papa. la sua morte aveva portato sconforto e commozione. La fila dei fedeli per un ultimo saluto era durata giorni. Roma in quelle ore si era fermata per il suo vescovo. E in molti erano accorsi per il suo funerale.
E proprio durante il funerale la richiesta, da parte dei fedeli, di proclamarlo subito santo, ma non fu così.
Verso la fine del funerale venne alzato un cartello con la scritta, appunto, santo subito, una santità per acclamazione senza passare per il processo canonico. Ma non era stato solo il popolo a chiedere la canonizzazione immediata di Giovanni Paolo II. Qualche giorno dopo, poco prima del Conclave che avrebbe eletto il nuovo papa il cardinale Camillo Ruini aveva preparato una petizione, firmata da diversi cardinali, per derogare ai 5 anni l’inizio del processo canonico. Petizione che Ruini consegnò all’allora decano del sacro collegio, il Cardinale Ratzinger.
Nella sua saggezza Ratzinger decise di intraprendere una strada mediana tra la voglia di proclamare subito santo il papa polacco o seguire la rigidità del diritto canonico. Decise infatti di derogare, come era stato suggerito dai cardinali alla vigilia del conclave, ai cinque anni per l’inizio del processo canonico. Per chiarire, secondo il diritto canonico infatti bisogna attendere 5 anni prima di poter iniziare il processo canonico.
Inizia così il processo?
Ad annunciarlo lo stesso papa Benedetto XVI che il 13 maggio incontra a San Giovanni in Laterano il clero della diocesi di Roma. E pochissimi giorni dopo, il 18 maggio, con un editto firmato dallo stesso Ruini, inizia la raccolta delle testimonianze per il processo.
Una delle figure fondamentali per il processo canonico è quella del postulatore. In questo caso era stato scelto monsignor Oder.
Viene chiamato processo canonico e lo dobbiamo vedere come un vero e proprio processo. Dobbiamo pensare al postulatore come se fosse l’avvocato della difesa. Ha un compito fondamentale in ogni fase del processo. È la persona che deve perorare la causa davanti al tribunale. In quel periodo a Roma c’era un giovane sacerdote di origine polacca, appunto Sławomir Oder che in quegli anni ricopre il ruolo di presidente del tribunale d’appello del vicariato di Roma. Lo stesso giorno dell’annuncio di Benedetto XVI al clero di Roma, e Oder era in Laterano appartenendo appunto alla diocesi di Roma, gli viene chiesto da Ruini di occuparsi lui della postulazione. Papa Francesco lo ha nominato nel 2023 vescovo di Gliwice, tornando in Polonia. L’ho incontrato qualche mese fa mentre preparavo il libro, mentre era a Roma per partecipare all’ultimo sinodo dei vescovi. La sua è stata una testimonianza utile per capire proprio come si è svolto il processo canonico.
Concludi il libro elencando alcune delle eredità che ci ha lasciato san Giovanni Paolo II. Quali ti hanno colpito maggiormente?
Come dicevamo il suo è stato un lungo pontificato che ha accompagnato i cambiamenti mondiali ma con due punti cardine che hanno accompagnato il suo pontificato: il Concilio Vaticano II (Wojtyła era stato ordinato vescovo proprio alla vigilia del Vaticano II consentendogli di vivere il Concilio fin dall’inizio) e il traghettare la barca di Pietro nel nuovo millennio con il Giubileo del 2000. Poi ci sono tanti tratti che saranno eredità per l’intera Chiesa. Sicuramente l’idea del 900 come secolo del martirio (pensiamo alla grande preghiera al Colosseo durante il giubileo con il ricordo dei nuovi martiri); il dialogo interreligioso (partendo dalla grande preghiera per la pace di Assisi nel 1986) e poi il suo rapporto preferenziale con i giovani e la grande forza delle giornate mondiali della gioventù.