Il classismo dietro il Covid-19 tra maschi Alfa, conti in banca e pass da untori
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Il classismo dietro il Covid-19 tra maschi Alfa, conti in banca e pass da untori

La vicenda del Billionaire ci racconta di un capo che non spende una parola sui suoi lavoratori infettati, sceglie un ricovero no covid, irride un sindaco "Pollicino" e il Servizio sanitario nazionale

Ballando sul Titanic
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27 Agosto 2020 - 20.21


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Dopo aver pubblicato il mio articolo  su Globalist, un pezzo che faceva riferimento ai comportamenti impropri dei ricchi rampolli romani all’arrembaggio in Sardegna (poi tornati in Continente a chiudere il cerchio nel far danni), ho ricevuto – tra gli altri – un messaggio di una collega di un Telegiornale delle reti berlusconiane. La giornalista affermava tutto il suo disappunto nel leggere un pezzo da lei definito, da “rotocalco” e soprattutto “classista al contrario”.  “Fossero stati ragazzi delle borgate romane – mi chiedeva –  lei avrebbe scritto lo stesso articolo?”.
Lo avrei scritto, ma sarebbe stato tecnicamente improbabile, a meno che i rampolli non fossero stati affiliati alla Banda della Magliana o agli infiniti cascami dei Narcos all’amatriciana.
Spiego meglio, per chi ha pazienza. 
Il virus Covid-19, io credo, sia uguale per tutti, ma per alcuni più semplice da gestire. Per esempio per i giovanotti “de sta Roma bella” che possono permettersi volo a/r, pernottamento in Costa Smeralda, e puntata in un locale, mettiamo il Billionaire, dove l’ingresso costa 40 euro e una bibita 10. Così tanto per gradire, per iniziare la serata. Si va, si torna, si paga, si spende  e si pretende. Nessuno chiede se stavi bene prima, se invece no, se non ti sei regolato e se poi tornato nella villa all’Argentario o nell’attico ai Parioli qualcuno pagherà le conseguenze  per tanta insipienza, incoscienza. 
Abbiamo detto Billionaire, punta del berlusconismo briatorico, dove la Tachipirina si trasforma in Taichipirinha, tutte le donne sono giovani, fiche e bellissime ma i maschi possono invecchiare allegramente. D’altraparte Villa Certosa, il ninfeo del Cav in terra sarda, insegna. Via vai di potenti bene accompagnati, aerei di Stato in volo. Ricordate? Era rotocalco? No, era politica. Cronaca politica, purtroppo. La deriva del nostro Paese. Uno dei punti più bassi, beceri, grandguignoleschi della seconda Repubblica con le Olgettine a fare i capricci sul libro paga, una ragazzina napoletana – Noemi Letizia – trasformata in cortigiana e un’altra, Ruby, nella nipote di Mubarack.
Più rotocalco di così.

Sull’onda dell’edonismo del Biscione nel 1998 arriva a Porto Cervo il Billionaire, regno del maschio alfa, il Flavio da Verzuolo. Bel business. Bisogna avere soldi, tanti, per partecipare, sennò stai alla finestra come il Monello di Chaplin. E anche solo per vedere i ricchi che ballano si paga. Un selfie, si paga.

Quando arriva l’ordinanza di Roberto Ragnedda, giovane sindaco di Arzachena in quota al mercuriale e ondivago movimento dei Riformisti Sardi, che intima la chiusura del Billionaire, Briatore ritrova la verve del leone, del padrone. Interviene su ogni media disponibile, lo mortifica, sbeggeffia, irride. La Lega fa da megafono, la Regione Sardegna, in quota salviniana, nella fattispecie tace. Eppure Ragnedda ha ragione. Un piccolo sindaco di un piccolo Comune sardo, un Pollicino contro un’arroganza che è di classe. Di ceto. Alza la voce il piccolo sindaco, dice: chiudiamo il locale. Ricorda che ha scaricato le bibite al Billionaire, dice al sor patrun: “So come trattate i vostri lavoratori”. Briatore lo insulta, lo definisce “un bibitaro”, nonostante Ragnedda sia sindaco e pure laureato in giurisprudenza.

La morale è che 63 lavoratori del Billionaire risultano positivi al test Covid-19, Briatore in testa che per “prostatite” si fa ricoverare a pagamento in un reparto no Covid del San Raffaele di Milano. Gli altri no. I suoi lavoratori no. In carico al Servizio Sanitario nazionale e agli ospedali di Sassari e Cagliari. Il barman del locale risulta in condizioni gravi ma, come ribadisce l’avvocata Cathy La Torre, per loro nessun augurio dai social  di “pronta guarigione” meno che mai del capo.
E’ un problema anche di ceto, di classe questo virus che ci ha cambiato la vita. E’ come viaggiare su un Titanic con le cabine con vista sul mare e quelle in fondo allo scafo. Briatore e i suoi dipendenti non sono sulla stessa barca. L’unico orgoglio che ci resta, in questo Paese è un Servizio Sanitario Nazionale che cura, che assiste, che accoglie a dispetto dei conti in banca grazie alle tasse che paghiamo tutti noi, che non siamo furbetti. Assiste e cura, e interviene: da Bergamo ad Arzachena. Il resto sono telefoni fasulli, spintoni pur di entrare nella dance hall di Flavio da Verzuolo. E un’inchiesta della Procura in arrivo.
Ci si ammala tutti, ma qualcuno se si ammala ha più privilegi degli altri perché paga l’assistenza privata. E’ l’insopportabile classismo dei ricchi che si prendono rischi che non dovrebbero e irresponsabilità troppo care. Le sbandierano, ne fanno trofeo, ci ridono su, ci prendono in giro. Scherzano, la goliardia dei tronfi. 

E’ l’unica cosa che abbiamo chiara di questa maledetta pandemia. Il solco tra chi è fragile e chi invece può permettersi l’infermiera privata, magari fica, come da tradizione dei film di Pierino.

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