La mia prima pagina, il primo titolo del TG che non ho, del giornale che non ho, oggi è per una tazzina di caffè, quella offerta, con un sorriso, alla donna – un ufficiale giudiziario – che aveva bussato alla sua porta per notificargli un atto di quello sfratto che pendeva da tempo sulla sua testa.
Il ragazzo era più giovane dei miei, è stato questo il mio primo pensiero quando ho letto del ragazzo di Caivano che so e tolto la vita. Lo immagino col suo bellissimo accento napoletano, aprire a chi bussava, chiedere alla donna di sedere, di “accomodarsi”, dirle se gradiva un caffè, mentre con le mani, nervosamente, impacciato, mortificato, provava a mettere ordine sul tavolo della cucina, a dare un ordine ai capelli.
Poi, la macchinetta, il barattolo del caffè macinato, il fuoco, la tazzina, quella non scheggiata, questa volta col piattino, lo zucchero, un bicchiere d’acqua, quello che a Napoli, al Sud, sempre accompagna una tazzina di caffè. Il ragazzo siede poi davanti alla donna, pare che l’ascolti, ma pensa. La mente oggi è più veloce del solito, in pochi attimi legge la sua vita, i 31 anni che lo hanno portato solo alle fatiche, agli stenti e alle angosce di oggi. E l’impossibilità di pagare, ogni mese, quelle 4 pareti, se vuoi mangiare.
Ci vuole un attimo a capire che, ancora una volta, sei solo, invisibile, irrimediabilmente povero. Le parole, quelle della politica ti sembrano un’offesa, uno scherno. È a quel punto che il ragazzo di Caivano si alza, sorride ancora: “Permettete…”, dice alla donna china sulle sue carte. E va di là, si chiude in camera da letto senza far sentire gli scatti della chiave. Un nodo alla gola e si sfratta dalla vita. Questa volta decide lui.