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Le verità scomode e oscurate di Bergoglio

Papa Francesco ha parlato di Guerre colpevolmente “ignorate”. Guerre spesso combattute con armi made in Europe e in Italy. 

Le verità scomode e oscurate di Bergoglio

Umberto De Giovannangeli

8 Maggio 2022 - 17.56


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In poche frasi, ha ribadito due verità che nessuna informazione mainstream e il pensiero unico che la sottende, può cancellare. Oscurare, sì, perché è la mission di coloro che passano il proprio tempo a stilare e aggiornare, sulle pagine dei giornali arruolati e nei sempre più mefitici salotti televisivi, liste di proscrizione dei “sodali di Putin”, e a dare la caccia ai pacifisti che in quelle liste sono in cima.

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Il Papa e le due verità.

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La guerra in Ucraina “è un’insensata sciagura, una pazzia”.

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Lo ha detto Papa Francesco dopo la recita del Regina Coeli in piazza San Pietro. ” Nella preghiera che il pontefice e i fedeli rivolgono alla beata Vergine Maria, Francesco ha ricordato “l’ardente desiderio di pace  di tante popolazioni che in varie parti del mondo soffrono l’insensata sciagura della guerra”. Al termine del Regina Coeli il papa ha detto: “Alla Vergine Santa presento  in particolare le sofferenze e le lacrime del popolo ucraino: di  fronte alla pazzia della guerra continuiamo a pregare ogni giorno per la pace”. Il papa però è tornato sulla questione delle armi e della responsabilità degli altri Paesi nell’alimentare il conflitto equipaggiando gli eserciti in guerra.  “Le armi la pace non la portano mai”.. 

Le due verità. La prima: “Le armi non portano mai pace”.  La seconda: “…l’ardente desiderio di pace  di tante popolazioni che in varie parti del mondo soffrono l’insensata sciagura della guerra”. Guerre colpevolmente “ignorate”. Guerre spesso combattute con armi made in Europe e in Italy. 

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Un prete scomodo.

Lo racconta Fabio Dessì in una bella intervista nel numero di aprile del mensile La Nuova Ecologia.

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Scrive Dessì: “Siamo sull’orlo di due abissi: l’inverno nucleare, basta un incidente e ci siamo, e l’estate incandescente, per la crisi climatica in cui stiamo precipitando e contro cui stiamo facendo troppo poco. È uno scenario drammatico: non stiamo giocando col fuoco, ci stiamo buttando la benzina sopra. Il solo pensare di inviare armi in Ucraina è davvero allucinante, in troppi continuano a non capire che cosa stiamo rischiando. In un momento storico come questo sarebbe fondamentale avere due forti movimenti, uno per la pace e l’altro per l’ambiente, capaci di lavorare insieme. È in ballo la nostra stessa vita, non abbiamo mai dovuto affrontare qualcosa del genere prima d’ora».

A parlare è Alex Zanotelli, missionario comboniano, volto storico dei movimenti italiani per la pace e per la giustizia sociale. Un prete certamente non “ortodosso”, che in questi anni ha rappresentato la più autentica coscienza cristiana del nostro Paese. Oggi, a 83 anni, resta lucido e determinato. E respinge la guerra senza mezzi termini. La Nuova Ecologia è andata a intervistarlo a Napoli, dove vive in una minuscola casa scavata nel campanile della basilica di Santa Maria della Sanità, all’indomani della prima manifestazione nazionale contro la guerra in Ucraina.

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Chi si schiera contro la fornitura di armi all’Ucraina riceve disprezzo e insulti. Ma ragioniamo, se continuiamo ad alimentarlo il fuoco ci distruggerà tutti! Quello che dice Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” è fondamentale: oggi con le armi nucleari, chimiche e batteriologiche non ci può più essere una guerra giusta. L’Ucraina avrebbe dovuto tentare la via della nonviolenza, come hanno fatto i finlandesi per difendersi da Hitler. Ma la nonviolenza non si improvvisa, serve una preparazione. Nelle Filippine, quando con la disobbedienza civile hanno costretto alla fuga il presidente Ferdinand Marcos, i vescovi erano stati preparati da due nonviolenti austriaci. E a loro volta i vescovi prepararono le loro diocesi. Il tempo c’era: è dal 2014 che in Ucraina la situazione non promette nulla di buono. Da parte nostra, di noi occidentali, c’è stato un errore enorme: nel 2014 è stato siglato il Protocollo di Minsk (accordo per porre fine alla guerra in Ucraina orientale raggiunto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica popolare di Doneck e Repubblica popolare di Lugansk, ndr) e bisognava continuare a lavorare a livello diplomatico. Se la Nato, invece di fomentare, avesse obbligato tutti a mettersi attorno a un tavolo per trovare una soluzione non saremmo al punto in cui ci troviamo ora.

Fra le immagini più terribili della guerra in Ucraina ci sono quelle dei profughi, di donne e bambini in fuga dai bombardamenti. Perché però non riusciamo a provare la stessa empatia per chi fugge da altre guerre, dalla povertà, da catastrofi ambientali?

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Eh già, oggi sono gli ucraini, ieri a fuggire dalle nostre guerre erano i siriani, gli iracheni, gli afghani. È la stessa identica cosa, almeno dovrebbe essere così. Questa guerra, fra i suoi effetti collaterali, ha portato a galla tutto il razzismo di noi europei. La Polonia, spietata con i migranti africani, non ha perso un secondo ad aiutare gli ucraini. Per fortuna, ovviamente. Ma qualcosa non quadra, mi chiedo con che diritto l’Europa si dichiari la patria dei diritti umani. Non è soltanto un problema di partiti politici e di organi di informazione, ma qualcosa di molto più profondo. Restiamo quelli che hanno conquistato il mondo, che l’hanno colonizzato. Quelli convinti di detenere la civiltà, la cultura, la religione. Siamo rimasti colonialisti. Noi italiani, poi, abbiamo completamente rimosso il nostro passato coloniale, non ci abbiamo mai fatto i conti. È tabù, non se ne può parlare. E infatti non se ne parla. È questo il substrato su cui tutto il resto tiene…”.

Così padre Zanotelli. E si capisce perché è un prete “scomodo”. Perché è sempre schierato con i più indifesi tra gli indifesi.

Un reportage dal campo

E’ quello del 4 aprile di Emanuele Giordana, inviato a Leopoli per l’Atlanteguerre.it. Scrive, tra l’altro Giordana: “La giornata di ieri a Leopoli ha concluso, con una breve marcia dalla stazione al centro città, l’iniziativa che, partita dall’associazione papa Giovanni XXIII, ha raccolto un fiume di adesioni e fatto partire per l’Ucraina 221 persone. Giornata intensa con l’intento di portare una ventata pacifista in una guerra guerreggiata in Ucraina ma che sembra aver contagiato il mondo intero. Facendolo schierare da una parte o dall’altra in un’escalation di toni che contribuisce, coi missili, a mettere in difficoltà il già fragile processo negoziale.

Ma se venerdì è stato il giorno dell’entusiasmo, a marcia finita la riflessione è d’obbligo. Se questa eterogenea congerie di intelligenze e passioni non si interrogasse, avrebbe infatti ragione chi, dal salotto di casa, ha già definito i marciatori di pace, degli idioti utili solo al meschino disegno di un nuovo Zar. Così, quel bicchiere coi colori della pace ha i suoi lati oscuri, le domande inevase e il rifiuto di risposte troppo semplici. Giudicata nell’ottica di un bicchiere mezzo vuoto, la marcia è stata utile soprattutto a chi vi ha partecipato. E ha un po’, inevitabilmente, coinvolto più gli italiani – e, chissà, qualche europeo – che non gli ucraini, che guardavano a quel bizzarro corteo di un centinaio di giovani e vecchi attivisti pacifisti senza capire bene cosa rappresentasse.

Nell’incrociare il corteo, il cronista incontra una sola persona che fa il segno della V vedendo i manifestanti. Ma quella V è apprezzamento per la scritta No War – in un Paese dove l’inglese è semi sconosciuto – o è il simbolo della vittoria, parola risuonata più di una volta nei discorsi di rito degli amici ucraini – sacerdoti cattolici in maggioranza – che qui hanno accolto i partecipanti alla marcia StopTheWar?

In quei discorsi, in una riunione del primo pomeriggio, paradossalmente, nessuno di coloro che hanno parlato ha nominato la parola pace: mir (o meglio мир), parola che i duecento erano venuti a suggerire. Anche queste sono lezioni. Che possono far male, se anche il sindaco di Leopoli ha preferito glissare e mandare un segretario che ha imbastito un discorso di rito: non bellicista ma non certo pacifista. Unica presenza istituzionale di rilievo (e molto apprezzata), l’ambasciatore italiano Francesco Zazo ma che alla fine ha solo sottolineato un eccesso di italianità.

Bisogna però andare a vedere anche nel bicchiere mezzo pieno: se la laica Carla si dispiace di “questa mancanza di un legame forte col pacifismo ucraino che pur ci dev’essere” e si chiede come altri “che senso ha una marcia di cento italiani?”, il religioso arcivescovo di Bari, Giuseppe Satriano, sottolinea che “intanto ci si è ritrovati, laici e cattolici”, uniti da un obiettivo comune che è il ripudio della guerra: lo dice papa Francesco ma anche la suprema Carta. E se dunque Leopoli – scelta organizzata in due settimane da Apg23 – ha avuto questa forza di coesione (le adesioni su stopthewarnow.eu continuano a crescere) significa che da un primo passo ne può maturare anche un secondo.

Per creare un movimento solidale e a contenuti forti ci vuole tempo, impegno e discussioni perché il secondo passo superi il primo. Significa che, ora, chi ha aderito deve fare la sua parte e portare il suo granello di sapienza nel mare sempre in tempesta dei movimenti della società civile  che, proprio perché civile, non ama prendere decisioni a cuor leggero. Il passo di Leopoli dunque – almeno nella testa dei più – andava fatto. Andava, come dice il presule di Bari, “toccato il dolore”: andando alla stazione di Leopoli e dimostrando quella solidarietà che è l’unica empatia da cui partire per combattere un conflitto con altri mezzi che non quelli ormai stantii dell’arte della guerra. Strada in salita ma che vale la pena di percorrere”. Così Giordana.

Denuncia e proposta.

“La Rete Italiana Pace e Disarmo e le sue Organizzazioni condannano in modo fermo l’azione militare iniziata da questa notte in Ucraina da parte della Federazione Russa. Ancora una volta si sceglie la follia della guerra, i cui impatti più devastanti ricadranno sui civili e le popolazioni inermi, per colpa di sete di potere, di rivendicazioni nazionaliste, di interessi particolari soprattutto legati al profitto armato.

La nostra Rete esprime la massima solidarietà alle popolazioni coinvolte e sostiene tutti gli sforzi della società civile pacifista in Ucraina e Russia per arrivare ad una cessazione immediata delle ostilità e poi intraprendere una strada di vera Pace e riconciliazione.

Alle Istituzioni internazionali, in particolare all’Italia e all’Unione Europea, chiediamo di:

  • Prodigarsi per una cessazione degli scontri con tutti i mezzi della diplomazia e della pressione internazionale, con principi di neutralità attiva ed evitando qualsiasi pensiero di avventure militari insensate
  • Chiedere alla Russia il ritiro delle proprie forze militari da tutto il territorio ucraino e la revoca immediata del riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche del Donbass
  • Attivarsi per garantire un passaggio sicuro alle agenzie internazionali e alle organizzazioni non governative al fine di garantire assistenza umanitaria alla popolazione coinvolta dal conflitto
  • Chiedere il riconoscimento da parte dell’Ucraina dell’autonomia del Donbass prevista dagli accordi di Minsk ma mai attuata, il rispetto della popolazione russofona, la cessazione dei bombardamenti in Donbass, lo scioglimento delle milizie di matrice nazista
  • Una volta arrivati al cessate il fuoco prodigarsi per una conseguente de-escalation della crisi nel pieno rispetto del diritto internazionale, affidando alle Nazioni Unite il compito di gestire e risolvere i conflitti tra Stati con gli strumenti della diplomazia, del dialogo, della cooperazione, del diritto internazionale
  • Cessare qualsiasi tipo di ingerenza indebita nella vita interna dell’Ucraina 
  • Favorire l’avvio di trattative per un sistema di reciproca sicurezza che garantisca sia l’UE che la Federazione Russa.

Una volta cessati gli scontri la soluzione per una vera strada di Pace non potrà comunque essere il militarismo, ma dovrà partire dal coinvolgimento democratico e da scelte forti di demilitarizzazione e disarmo. In queste ore la Rete Italiana Pace e Disarmo ha elaborato analisi e proposte concrete che mette disposizione di tutta la società civile in un Documento che possa servire come base di riflessione e di pace che vada oltre l’emergenza. In particolare nel conflitto in Ucraina si evidenzia il grave pericolo di utilizzo delle armi nucleari, con conseguenze che sarebbero devastanti per tutto il mondo.

In tal senso la Rete chiede che:

  • tutte le parti coinvolte devono impegnarsi a negoziare un nuovo Trattato sulle forze convenzionali in Europa e smilitarizzare l’Europa attraverso il disarmo, le ispezioni, ecc.
  • tutte le parti coinvolte non devono impegnarsi in attacchi cibernetici, specialmente contro infrastrutture critiche che colpiscono la vita dei civili. Gli Stati e la società civile devono perseguire in buona fede un accordo internazionale che proibisca gli attacchi informatici.
  • tutte le parti interessate devono intraprendere azioni urgenti per prevenire la guerra nucleare, ora più vicina visto il crollo del Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, accordandosi per non schierare missili a medio raggio in Europa o nella Russia occidentale.
  • gli Stati Uniti e la Russia hanno anche bisogno di concludere nuovi accordi che raggiungano ulteriori tagli verificabili nelle armi nucleari strategiche e non strategiche e sulle limitazioni delle difese missilistiche a lungo raggio, prima che il nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche (New START) scada all’inizio del 2026.
  • gli Stati Uniti devono ritirare le loro armi nucleari di stanza nei paesi membri della NATO e la Russia deve ritirare le sue armi nucleari tattiche dalle basi vicino al suo confine occidentale.
  • la Nato deve rinunciare alle armi nucleari e denuclearizzare la sua dottrina politica così come la Russia e gli Stati Uniti (e tutti gli altri Stati dotati di armi nucleari) devono porre fine ai loro programmi di modernizzazione delle armi nucleari. Gli Stati Uniti, la Russia, l’Ucraina e tutti i membri della Nato devono aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari”.

Il documento è stato elaborato e pubblicato nei primi giorni dell’invasione russa. Solo chi è in malafede può classificarlo tra i materiali “pro-Putin”.

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