Pasqua dolorosa e difficile che annuncia sempre però liberazione e salvezza

Unica speranza, per la famosa luce che tutti vorremmo intravedere alla fine del tunnel, resta legata all’impegno di tutti, ai diversi livelli di responsabilità

Piazza San Pietro

Piazza San Pietro

Nuccio Fava 4 aprile 2021
È Pasqua difficile e complicata, per molti versi simile a quella dello scorso anno. Un po’ per tutti noi, maggiormente ricordando parenti e amici che ci hanno lasciato e per i tanti, troppi in ospedale o nelle case di riposo.  Molti nella propria abitazione, spesso in solitudine, con l’incertezza angosciosa circa la conclusione o la possibilità della guarigione che continua a tardare.
Tutte considerazioni che mi sono state suggerite dalla visione Tv, dopo parecchi anni, del Gesù di Zeffirelli insieme a Carlotta la nipotina di 5 anni, assai partecipe ed interessata. In qualche modo per me legato preferenzialmente alla versione pasoliniana “Il vangelo secondo Matteo”, con una narrazione realisticamente efficace tra i sassi di Matera e i volti intensi e forti dei contadini lucani.
In ogni caso evocazione e celebrazione della Pasqua di sempre, dal tradimento di Giuda alla doppiezza di Pilato e la salita al Golgota tra la folla urlante, con l’inesorabile prevalere della violenza contro il Giusto portatore di amore e di pace.
Forse ancora più drammatica dello stesso tradimento di Giuda è la viltà mascherata di legalitarismo di Pilato che consegna alla fine Gesù ai sacerdoti e alla folla inviperita e strumentalizzata, che sceglie Barabba dopo che il Nazareno era stato consegnato ai soldati romani. Un gioco inesorabile di finzione, di copertura giuridica delle scelte di Roma, contraddette radicalmente poco dopo sul Golgota dal grido del centurione: “Ma allora costui era veramente il figlio di Dio”.
La mia nonna, calabrese di adozione e ligure di nascita, mi portava sempre a seguire i riti quaresimali, in particolare alla vie crucis nella piccola chiesa del paese carico della misteriosa mescolanza del profumo di bergamotto e di gelsomino. Tornando a casa spesso mi lamentavo perché le candele accese facevano gocciolare frammenti di cera bollente sulle dita. La nonna non mi prendeva troppo sul serio aggiungendo: “ma di cosa ti lamenti invece di pensare alle sofferenze e dolori sopportati da Gesù per la nostra salvezza e la nostra libertà?”. 
Anche in questa Pasqua di oggi il ricordo della mia infanzia torna a farmi compagnia pensando delle prove di mia nonna affrontate dopo la morte in Libia del marito ufficiale dei bersaglieri e la capacità di accompagnare anche gioiosamente la crescita di noi nipoti sino alla conclusione dell’ultimo conflitto mondiale. Prove non meno angosciose e faticose di quelle che caratterizzano drammaticamente queste nostre giornate, sia pure in contesti così profondamente differenti ma non meno ardui e causa di smarrimento.    
Ricordi di tanti affetti e di tante mancanze che rendono oscuro il presente e non decifrabile il futuro e i tempi di evoluzione conclusiva del dramma epidemico che in tutto il mondo si vive ormai da troppo tempo. Non si possono fare previsioni ragionevoli, si rischia sia pure in buona fede di rendere ancora più ardui e invivibili i passaggi che ancora dovremo affrontare. Unica speranza, per la famosa luce che tutti vorremmo intravedere alla fine del tunnel, resta legata all’impegno di tutti, ai diversi livelli di responsabilità e al compimento il più rapido possibile della campagna di vaccinazione per chiedere alla scienza di assolvere fino in fondo alla sua funzione liberatrice.
Con una azione dei governanti, nei singoli paesi e nel mondo sempre più adeguati e rispondenti alla enormità della sfida, e una collaborazione fiduciosa e generosa da parte dei tutti.