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Da moderato a super falco: la trasformazione di Dmitrij Medvedev, l'odiatore dell'Occidente

Gareggia con Putin a chi la spara più grossa. E, incredibile ma vero, a volte riesce a superare anche il maestro. Il suo nome è Dmitrij Medvedev.

Da moderato a super falco: la trasformazione di Dmitrij Medvedev, l'odiatore dell'Occidente
Dmitrij Anatolyevič Medvedev e Putin

Umberto De Giovannangeli

28 Giugno 2022 - 17.47


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Da moderato a super falco di fronte al quale anche il duro Lavrov fa la figura della “colomba”. Gareggia con Putin a chi la spara più grossa. E, incredibile ma vero, a volte riesce a superare anche il maestro. Il suo nome è Dmitrij Medvedev.

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Il pragmatico trasformatosi in super falco.

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 Se la Nato dovesse mettere piede in Crimea si andrebbe verso “la terza guerra mondiale”. E’ lo scenario che DmitrijMedvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, prospetta in un’intervista al sito Argumenty i Fakty nella fase cruciale della guerra tra Russia e Ucraina.

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“Per noi, la Crimea è parte della Russia. E questo significa per sempre. Ogni tentativo di invadere la Crimea è una dichiarazione di guerra contro il nostro paese. E se questo viene compiuto da un paese membro della Nato, questo significa una guerra con l’intera Alleanza atlantica: una terra guerra mondiale, una catastrofe completa”, aggiunge. Medvedev si sofferma anche sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Se questo avvenisse, la Russia rafforzerebbe i propri confini e sarebbe “pronta per ritorsioni”, compresa la prospettiva di schierare missili Iskander al confine.

Medvedev si sofferma anche sul blocco di Kaliningrad attuato dalla Lituania. “La Lituania non pensa affatto alle conseguenze delle proprie azioni. E in questo caso non sono utili nemmeno le spiegazioni per cui la Lituania si limiterebbe ad attuare fedelmente le decisioni prese dall’Unione europea”, dice riferendosi all’applicazione delle sanzioni che porterebbe al blocco delle merci. Secondo Medvedev “l’Ue non ha nemmeno insistito” sull’attuazione di provvedimenti radicali. “Eppure la Lituania si è inchinata in modo ossequioso davanti ai suoi benefattori americani, mostrando ancora una volta la sua idiota posizione russofobica. La decisione di vietare il transito delle merci russe con un elenco di 60 pagine è così odiosa che non merita nemmeno di essere commentata”.

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“Mi viene spesso chiesto perché i miei post su Telegram siano così duri. La risposta è che li odio. Sono bastardi e imbranati. Vogliono la nostra morte, quella della Russia. E finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire”. Così sentenziava Medvedev il 7 giugno scorso.  su Telegram. La mattina precedente, sempre con un post su Telegram, Medvedev si era scagliato contro la Commissione europea per l’adozione del sesto pacchetto di sanzioni, “sicuramente per fare a pezzi l’economia russa”. Sull’embargo petrolifero graduale, l’ex presidente russo ha commentato che “non c’è modo di abbandonare immediatamente il nostro petrolio”. E poi: “Ora gli europei dovranno setacciare il mondo alla ricerca di materie prime della stessa qualità. In tal modo, dovranno affrontare una carenza di alcuni tipi di carburante, come il diesel, necessario per i camion e le attrezzature agricole. E sanno che dovranno ancora trovare schemi grigi per ottenere le nostre materie prime, in qualche modo pagarle, aggirando le loro stesse idiote sanzioni. E questo nonostante i camionisti siano già in sciopero in Italia, Polonia e Ungheria e abbiano bloccato l’ingresso di auto straniere. Le autorità di Varsavia si sono rifiutate del tutto di fornire materie prime all’Ucraina”. 

“Le sanzioni contro l’infrastruttura di regolamento russa” (il National Settlement Depository), ha proseguito Medvedev, sono state imposte “per il gusto di gridare a gran voce che l’obiettivo è stato raggiunto, c’è un default in Russia. Questa è solo un’altra bugia. Non ci siamo mai rifiutati di pagare. E il settore degli investimenti subirà un duro colpo. Gli imbecilli europei nel loro zelo hanno dimostrato ancora una volta di considerare i propri cittadini, i propri affari, come nemici non meno dei russi”. “Gli europei di talento possono introdurre il nuovo, come amano dire ora, 100.500esimo pacchetto di sanzioni. A giudicare da come funzionano le restrizioni e dove si sta dirigendo la situazione economica nell’Ue sullo sfondo di ridicole storie dell’orrore anti-russe, qualcosa è andato storto” ha concluso Medvedev.

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La comunicazione, apparsa sul profilo di Dmitrij Medvedev che è virale e ha scatenato un mare di polemiche, è priva di riferimenti. Ma è abbastanza chiaro che i destinatari impliciti del messaggio siano i Paesi occidentali, contro cui l’ex presidente si è già schierato più volte nel contesto del conflitto in Ucraina. Medvedev, come riporta l’agenzia russa Tass, già in passato aveva fatto presente che su Telegram aveva deliberatamente scelto di rinunciare a un linguaggio diplomatico. Parlando all’emittente panaraba al-Jazeera l’ex presidente aveva sottolineato che “lo stile di ciò che viene pubblicato lì indica chiaramente” il suo “coinvolgimento diretto” nell’offensiva militare russa in Ucraina, che ha provocato migliaia di vittime e milioni di sfollati e rifugiati. L’ex premier ha aperto un canale Telegram il 14 marzo, circa 20 giorni dopo l’inizio dell’intervento militare, lanciato lo scorso 24 febbraio, e a oggi è seguito da 340mila persone. Il messaggio odierno giunge sulla scia di numerose dichiarazioni dei vertici del Cremlino, in cui si contesta un atteggiamento da parte dei politici e dei media occidentali incline a seminare “russofobia”.  

Un ritratto a tutto tondo

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E’ quello “dipinto” su InsideOver da Pietro Emanueli.

Eccolo: “Dmitrij Anatolyevič Medvedev nasce in quel di Leningrado, odierna San Pietroburgo, il 14 settembre 1965. Nato in un contesto relativamente agiato per l’epoca – il padre era un professore di ingegneria chimica, la madre una professoressa di lingua russa –, Medvedev cresce come figlio unico di una famiglia ritenuta parte dell’intelligentsia leningradese.

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Intellettualmente curioso, con una passione per i libri ereditata dai genitori, Medvedev termina gli studi di scuola superiore nel 1982 e lo stesso anno si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università statale di Leningrado. Qui dentro, nonostante il carattere timido e l’atteggiamento introverso, Medvedev non riuscirà a passare inosservato: il suo è un cognome noto e i suoi gusti, per di più, sono alquanto bizzarri per i coetaeni, in quanto assiduo ascoltatore di musica occidentale – dai Black Sabbath ai Led Zeppelin. Medvedev si fa la nomea, in breve, di liberale.

Dopo la laurea, conseguita nel 1987, Medvedev opta per un proseguimento ulteriore degli studi in legge, con una specializzazione in diritto civile e privato, che lo terrà impegnato fino al 1990. Sullo sfondo degli studi, però, Medvedev tesse una tela di amicizie, sfruttando sia il proprio cognome sia il proprio bagaglio di competenze, che si rivelerà utile negli anni successivi.

Il rapporto costruito con Anatolij Sobchak, suo professore e cacciatore di talenti, si dimostrerà particolarmente importante. Perché Sobchak, futuro sindaco di San Pietroburgo, aprirà il proprio portafoglio di contatti al giovane e ambizioso Medvedev, presentandolo ad un securocrate appena giunto da Berlino Est: Vladimir Putin.

Il primo incontro tra Medvedev e Putin sembra che abbia avuto luogo nel 1990, nel pre-intronizzazione di Sobchak alla guida di San Pietroburgo – all’epoca ancora nota come Leningrado –, nel contesto della campagna elettorale del loro mentore. Entrambi, una volta eletto Sobchak, avrebbero rivestito un ruolo nella giunta cittadina: Putin come direttore del Comitato per gli affari esteri, Medvedev come consulente all’interno dello stesso. Una relazione di subalternità destinata a durare nel tempo.

Medvedev, grande coltivatore di contatti, sarebbe riuscito a mantenersi in ottimi rapporti con Putin anche dopo il suo divenire capo del Cremlino. E, proprio come in passato, Medvedev avrebbe continuato ad affiancare l’amico in qualità di socio di minoranza, nel quadro di una relazione a metà tra cervello-braccio e maestro-studente.

Direttore della campagna presidenziale di Putin nel 2000, Medvedev, aiutando l’allora sconosciuto silovik a magnetizzare più del 52% dei suffragi, ne avrebbe ottenuto la fiducia smodata, entrando definitivamente nelle sue grazie. Le implicazioni dell’idillio non tardano a manifestarsi: Medvedev viene prima inserito nella dirigenza di Gazprom e poi investito di incarichi sempre più prestigiosi all’interno del governo.

Il crescendo di mansioni affidategli, spazianti dall’amministrazione all’agricoltura, viene interpretato dagli osservatori politici russi come il segnale di qualcosa: Medvedev sarebbe diventato il delfino di Putin, il factotum al quale tutto viene affidato per questioni di amicizia e, non meno importante, di fiducia. Un delfino e, dunque, un potenziale successore. E così fu.

Alla vigilia delle attesissime presidenziali del 2008, mentre gli osservatori esterni si aspettavano un candidato proveniente dai ranghi dei siloviki, in Russia chiunque, dagli esperti ai laici, sapeva cosa attendersi: la candidatura di Medvedev. Una scelta rispondente anche alla necessità di andare incontro ai desideri dell’opinione pubblica, che, secondo i sondaggi, vedeva Medvedev più di buon grado rispetto agli altri papabili.

Medvedev non avrebbe avuto difficoltà a ottenere lo scettro del Cremlino, in quanto forte dell’endorsement ufficiale di Putin, e, una volta eletto, avrebbe – di nuovo – sorpreso gli osservatori occidentali e agito come da copione per quelli russi. Medvedev, infatti, avrebbe proceduto a nominare Putin primo ministro. Era l’inizio della cosiddetta tandemocrazia.

La tandemocrazia, cioè la democrazia in squadra di Putin e Medvedev, avrebbe avuto la seguente forma per quattro anni: stragrande maggioranza dei decisori nelle stanze dei bottoni rimasta immutata, a Putin il comando, a Medvedev la parvenza del comando. Con il tempo, però, Medvedev avrebbe tentato di prevaricare il mentore, reale regista-sceneggiatore della scena, gettando le basi della sua futura caduta in disgrazia.

Siloviki sostituiti da civiliki, in molti casi amici di infanzia ed ex compagni di studi di Medvedev. Dissidi con gli oligarchi guinzagliati da Putin. Poca attenzione al bilancio pubblico. Scarso acume per gli affari internazionali. La guerra in Georgia, 

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