Jacopo Gassman dirige Il Golem di Mayorga al teatro India

"Il Golem", un viaggio distopico nel lato oscuro della parola. Una critica profonda alla manipolazione dell'informazione

Il Golem - Jacopo Gassmann - recensione di Alessia de Antoniis
Il Golem - regia di Jacopo Gassmann
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3 Aprile 2025 - 12.13


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di Alessia de Antoniis

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È  un’opera potente e inquietante Il Golem di Juan Mayorga, diretto da Jacopo Gassmann, andato in scena all’India di Roma. Una pièce distopica sul potere trasformativo delle parole, sulla loro capacità di ridefinire la realtà e plasmare la nostra identità.

L’esoterico Vangelo di Giovanni inizia con “In principio era il logos”, la parola. Ma la parola non è qui un ente esterno, è dentro l’interlocutore. Si trasferisce da un soggetto a un altro, modificandolo.

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Un teatro non solo di parola, ma sulla parola: immateriale eppure fisica, incorporea eppure fendente. Ma sono solo parole? Se uso la parola come un’arma, la uso per liberare o per opprimere?

Scritto durante la pandemia, Il Golem è ambientato durante una crisi sociosanitaria e politica che non può non ricordare il dibattito sull’attuale situazione della sanità pubblica – State cercando un’alternativa perché il governo ha pubblicato l’elenco dei trattamenti che lo Stato smetterà di coprire a partire da domani, dice Salinas a Felicia

In una società vittima di massicci tagli al sistema sanitario, in cambio di cure per il marito (Ismael – Woody Neri) affetto da una malattia rara, Felicia (Monica Piseddu), accetta un accordo con Salinas (Elena Bucci), un donna ambigua, una traduttrice, intermediaria di un potere occulto. L’accordo, una sorta di patto col diavolo (diavolo, colui che divide), prevede che Felicita debba memorizzare tre parole al giorno di una lingua sconosciuta.

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Ma “quando si tratta di parole, può essere molto pericoloso“, averte Salinas.
A poco a poco, quelle parole iniziano a occuparla, influenzano i suoi sogni, il suo corpo, la sua vita. – “Non parlavo così prima” ,”Non avevo mai sognato con tale intensità. Ho paura di dormire”.

Felicia si sta trasformando tramite le parole. Felicia è un Gòlem.

Golem: “Figura mitica di derivazione cabalistica, che rappresenta un essere informe a cui viene data la vita magicamente, attraverso la recitazione di combinazioni di lettere alfabetiche”. Magicamente. Magia, in me ago, conduco dentro me. È ciò che fa Felicia: porta parole nuove, lettere che non conosce, dentro di sé per fonderle in un mag-ma, trasformarle, mentre tras-forma se stessa. Felicia è un Golem e il suo un processo alchemico. E quello a cui assistiamo è l’ennesima trasmissione che da Adamo, il primo Golem, gli uomini si tramandano l’un l’altro. Il grande lavoro della tradizione orale. Ma cosa trasmettiamo?

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Felicia, che riceve parole, e Salinas, la traduttrice, colei che le consegna, non sono altro che Golem. – Tutte queste parole che ricevo da te, erano già una copia? Ripeto la copia di una copia? chiede Felicia – Il nodo sono le parole, quelle che possono “avvelenare o salvare”, perché chi traduce è anche in grado di alterare il discorso, di alienarne il senso.

Il Golem è una critica alla manipolazione, all’uso della parola con un significato simile o addirittura diverso dal suo. È tutto ambiguo in Golem, non sai mai cosa è vero e cosa è falso: le informazioni, le parole, vengono trasmesse criptate da un’autorità nascosta. Per contro, chi le riceve, non le comprende –”Siamo tutti traduttori gli uni degli altri, e ognuno di se stesso, ma quasi sempre traduciamo male“.

Con Il Golem Jacopo Gassmann ci trascina in un viaggio disorientante nel lato oscuro della comunicazione, nella crisi di identità di cittadini sempre più inconsapevoli.

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Potenti i monologhi, l’ultimo dei quali, quello di chiusura che Felicia rivolge direttamente agli spettatori, è un grido di speranza, un barlume di risveglio di una mente obnubilata da un fiume di parole non comprese, volutamente rese incomprensibili da chi detiene il potere mediatico.

L’allestimento scenico di Gregorio Zurla e luci di Gianni Staropoli contribuiscono in maniera magistrale a creare l’atmosfera opprimente e allarmante dell’opera. Uno scenario scuro su un pavimento nero, monocromo, asettico, essenziale eppur violento. Il bar e la stanza di un ospedale, un edificio labirintico, una sala di lettura – Non sembra un ospedale’. ‘È un ospedale diverso, è vero – Un ambiente che riflette il crescente senso di smarrimento e trasformazione di Felicia; che avviluppa lo spettatore nel processo di straniamento, grazie anche ai video di Lorenzo Letizia che invadono il palco, il teatro, e raggiungono il pubblico delle prime file; grazie alla musica disturbante che intensifica l’atmosfera claustrofobica e surreale.

Il Golem è una pièce che richiede grande attenzione da parte dello spettatore. La recitazione ipnotica, forse, in alcuni passaggi, appare eccessivamente uniforme. Una rappresentazione che deve molto all’impianto scenografico.

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