di Alessia de Antoniis
Avviso ai lettori: questa intervista non rende la metà di quello che è stata dal vivo. Intervistare una voce è qualcosa che difficilmente può rendere in altra forma. Soprattutto se la voce è quella di un professionista come Mario Cordova. Lui non dà la voce a Richard Gere, lui “è” la voce di Richard Gere. E a Cortinametraggio accade anche di cenare con Richard/Mario Cordova.
Mario Cordova compie quest’anno 55 anni di onorata professione “Avevo 15 anni, era il 15 settembre 1970 – racconta con voce profonda e vellutata – iniziai con le commedie radiofoniche in Rai, con Stefano Satta Flores, il doppiatore di Harrison Ford in Guerre Stellari. Stefano stava facendo un film – 10 con Bo Dereck – e mi fece chiamare per doppiare. Cose magiche che capitano. È un mestiere che ho amato… pazzesco. Nella tessa giornata sei uno sceriffo, Gatto Silvestro, un pedofilo di Berlino! Cambi storie, facce, corpi.
Sono stato fortunato a entrare nel mondo del doppiaggio in un momento d’oro. Con l’arrivo delle televisioni private, la mole di lavoro è esplosa. Si è passati da 200-600 ore di doppiaggio all’anno a 6.000. Immagina la richiesta improvvisa di professionisti. Ma, nonostante la mole di lavoro, si operava ancora con ritmi umani. Avevamo il tempo di imparare sul campo, affiancati da maestri meravigliosi. Oggi, purtroppo, la situazione è completamente diversa. Si lavora in condizioni che definirei pietose, con tempi strettissimi e una pressione enorme. La mia fortuna è che sono alla fine di un ciclo.
Dai la voce a Richard Gere, Patrick Swayze. La tua voce è una dote naturale, ma basta per una grande interpretazione?
Doppiare attori di questo calibro è sempre una sfida e un onore. Richard Gere, ad esempio, ha una voce particolare, con un timbro caldo e sicuro, ma al tempo stesso sottile nelle sfumature emotive. Il lavoro del doppiatore è proprio questo: catturare non solo il suono, ma anche l’anima della performance originale. Gere ha una capacità incredibile di comunicare con gli occhi e con i piccoli gesti, e il mio compito era quello di trasmettere quell’intensità attraverso la voce.
Per Patrick Swayze, in Ghost ho avuto il compito di rendere la sua interpretazione romantica e struggente. Ricordo che in certe scene la difficoltà era non caricare troppo di pathos, perché il rischio è di risultare meno autentici. C’è una scena in particolare, quella dell’addio finale, che mi ha toccato molto. È raro che un film riesca a coniugare così bene il soprannaturale con l’emozione pura, e io dovevo trovare un equilibrio sottile tra la voce di un uomo ancora innamorato e quella di un’anima che sta per lasciare il mondo terreno.
Jeremy Irons, invece, mi disse “Por favor, siempre tu”, chiedendomi che lo doppiassi sempre io. Lui è strepitoso, ma difficilissimo da doppiare. Ha una precisione emotiva intensa. Ma è molto british e quei suoni non possiamo imitarli, dobbiamo reinventare qualcosa che dia la stessa sostanza.
Doppiare la scena finale di Ghost è emozionante come vederla?
Ricordo che durante il doppiaggio di Ghost, in una scena, io e la collega che doppiava Demi Moore eravamo talmente presi dall’emozione che, alla fine della battuta, ci siamo guardati e ci siamo trovati con gli occhi lucidi. Era uno di quei momenti in cui ti rendi conto che la magia del cinema passa anche attraverso la tua voce.
Ho pianto mentre lo facevo e anche quando l’ho visto al cinema… ho pianto di nuovo.
E Pretty Woman?
Richard Gere ha un modo di parlare molto particolare, con pause studiate e un tono che può essere sia distaccato che incredibilmente seducente. In una scena con Julia Roberts, lui diceva qualcosa con un sorriso appena accennato, e io dovevo riprodurlo solo con la voce. Ci ho messo un po’ a trovare la giusta intonazione.
Un episodio divertente è successo durante il doppiaggio di un film d’azione in cui Gere aveva molte scene concitate. C’era un momento in cui correva per una strada e ansimava, e io dovevo riprodurre quei respiri senza che sembrassero finti. Mi sono ritrovato a correre sul posto in sala di registrazione per rendere il fiatone più realistico. Il tecnico del suono mi guardava ridendo, ma alla fine il risultato è stato molto naturale.
Il doppiaggio più difficile che hai affrontato?
Diversi, ma uno dei più complessi è stato un film in cui Richard Gere interpretava un personaggio con molte sfaccettature emotive. Ricordo una scena in cui passava dal sarcasmo alla disperazione nel giro di pochi secondi. Ecco, tradurre vocalmente quella gamma di emozioni senza che risultasse forzato è stato davvero impegnativo.
Anche il doppiaggio di Patrick Swayze in Ghost è stato una prova importante. Il film ha un tono sospeso tra romanticismo e dramma, e io dovevo stare molto attento a non appesantire troppo le scene più emotive. La mia voce doveva essere presente ma non invadente, per lasciare spazio alla potenza delle immagini e della colonna sonora. Un altro doppiaggio difficile è quello di Willem Dafoe: non puoi riprodurre il suo modo di parlare, per cui devi crearne uno.
Come lo vedi il futuro del doppiaggio in Italia?
Il doppiaggio italiano ha sempre avuto una tradizione di altissimo livello. Negli ultimi anni, con le piattaforme streaming, il lavoro si è intensificato e diversificato. La sfida oggi è mantenere la qualità anche con tempi di lavorazione più serrati. Ormai si lavora molto più rapidamente e questo può essere un problema per chi vuole curare ogni dettaglio. Ma quello che non cambia è l’amore per il mestiere: dare voce a un personaggio non è solo un atto tecnico, è un’interpretazione vera e propria.
Vedo anche una crescente attenzione al doppiaggio nelle serie TV. Una volta il cinema era il nostro punto di riferimento, oggi invece le serie hanno una qualità altissima e meritano lo stesso livello di cura. Mi piace pensare che il nostro mestiere continuerà a evolversi senza perdere la sua essenza. Il doppiaggio non è solo ripetere una battuta con la giusta intonazione, ma entrare dentro il personaggio, capirne il contesto e restituirne l’anima.
L’impatto dell’AI sul doppiaggio?
Il doppiaggio è nato in Italia. Quando il cinema è passato al sonoro, gli USA non sapevano come vendere i film all’estero e fecero dei doppiaggi terrificanti, con attori italiani dalla dizione “broccolina”, come si dice a Roma. Mussolini disse: ‘No, il doppiaggio lo facciamo noi’. E così è nata questa scuola pazzesca. E siamo ancora i migliori al mondo.
Mi domando se il doppiaggio come lo conosciamo continuerà ad esistere. Penso a tanti mestieri spariti, come i cocchieri, o le cabine telefoniche. L’AI va solo addestrata, e temo che prima o poi ci sostituirà, anche se l’Italia, con la sua tradizione, potrebbe resistere un po’. Spero che le mille sfumature dell’interpretazione vocale si rivelino un ostacolo troppo grande per l’AI, e che la traduzione rimanga complessa. Un giapponese, ad esempio, ha un modo di parlare che può sembrare sempre arrabbiato, ma è l’intenzione che devi rendere. L’AI deve imparare a tradurre anche quella. Vedo che ci stanno lavorando, Amazon sta facendo esperimenti. Sono preoccupato per i giovani e per chi fa questo mestiere da anni. Spero di essere troppo pessimista e che il talento umano resti insostituibile.
Le difficoltà del doppiaggio?
Pensa: siamo in una stanza buia, ma dobbiamo ricreare l’emozione, lo sguardo, l’espressione, persino la fisicità dell’attore. Doppiare è complesso. Nello spazio artificiale della sala, dobbiamo immaginarci i luoghi della scena e modulare la voce di conseguenza. Se l’attore corre, dobbiamo trasmettere l’affanno anche restando fermi. Gli occhi sono fondamentali: le parole scritte non bastano, sono gli occhi e l’intonazione a dare il vero significato. Posso dire ‘Ti amo’ in mille modi. Infine, c’è il labiale, il ritmo delle frasi non è scritto, dobbiamo vederlo e riprodurlo. È complicato. E oggi un ragazzo come impara tutto questo?
Un attore che non hai doppiato ma che ti piacerebbe interpretare?
Ce ne sono diversi. Il primo è George Clooney: penso di avere sia la sua ironia che la sua vocalità, ma non lo farò mai perché gli presta la voce l’amico Francesco Pannofino. Uno che mi ha sempre affascinato è Gary Oldman. Ha un’incredibile capacità di trasformarsi da un ruolo all’altro, e poter lavorare sulla sua voce sarebbe una sfida entusiasmante. Anche Jeremy Irons ha una voce stupenda, con un timbro profondo e avvolgente, e credo che sarebbe un’esperienza stimolante provare a renderlo in italiano mantenendo la sua eleganza naturale.
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